giovedì 17 gennaio 2013

LA VOCE DI UNA MADRE: STORIA DI MONICA DA BOIT



Sento che sto per morire: vedo Paolo che passeggia nervosamente fumando una sigaretta dietro l’altra; non fa in tempo a spegnerne una che subito si riaccende la seconda. Lo vedo: è fuori di sé: mi chiama con voce alta: “Monica, Monica”… io non rispondo, la voce troppo debole non esce dalla mia bocca, vorrei chiedere …”PERCHE’ mi hai uccisa ?”… Perché io ti amavo! Ma la mia mente si sta già allontanando dalla vita.
Sento che mi sta tirando per le braccia, peso parecchio, sono un po’ cicciottella e il mio corpo a peso morto pesa ancora di più.
Penso: “Cosa starà facendo?”
Ho capito… cerca di buttarmi sul viso tanta acqua, il sangue lo spaventa, ma oramai la mia faccia è una maschera di sangue… l’acqua mi bagna i capelli, la maglietta nera; non ha l’effetto che sperava, cosi visto che non riusciva a trascinarmi nel corridoio, impreca DIO…
Cosa voleva fare? Dal verbale dei Carabinieri risulta che c’era stato un tentativo di far sparire il corpo; una volta trascinata in auto, mi avrebbe buttata chissà dove, cosi avrebbe potuto dire a sua discolpa che … ME N’ERO ANDATA VOLONTARIAMENTE…..vigliacco.
Da ora in poi non sento più nulla, credo di essere morta, non sento nè dolore nè voci, nulla di nulla: il buio più totale ma prima di morire, come in un film, rivedo tutta la mia vita, da quando ero bambina fino ad oggi.
Il mio ultimo pensiero è stato… “Mamma ti ho amata tanto, Dio mi vuole con sé; non piangere per me ma prega il Signore…”
Sul mio viso appare un sorriso, questa è l’ultima immagine che lascio su questa terra.
Mi hai maltrattata, derisa, umiliata, picchiata come una bestia da soma, ma il mio sorriso, quello NO! NON LO SPEGNERAI MAI …-

Paola Caio (Mantova)

martedì 13 novembre 2012

UDI NAPOLI UNA RIFLESSIONE SULLA MORTE DI ANTONIETTA PAPARO




L'Unione donne in Italia di Napoli in una nota parla del nuovo caso di amore criminale considerato la nuova manipolazione del femminicidio.
 
ANTONIETTA PAPARO 36 anni

Tenere il conto delle morte per questioni di famiglia per amore criminale è la nuova manipolazione del femminicidio la banalizzazione del pensarci dopo e di trovare le parole scimmiottando il dolore e le espressioni di ognuna e tutte coloro che sanno che non basta dire basta.
Antonietta sta per diventare "statistica" perdendo la qualità della sua testimonianza di ribellione al comando o chissà che altro abbia impaurito e spiazzato una famiglia un uomo una comunità.
Antonietta ci mancherà gli altri se ne sono già fatti una ragione.
Il nuovo metodo dell'occultamento culturale è quello della ripetizione fino alla nausea di un temine femminicidio violentato e ridotto a fatalità è quello della rimozione di tutto quello che c'è prima e dopo un'uccisione. Le denunce ma poi le conciliazioni lo stanziamento dei fondi ma il loro uso intempestivo ed improprio la ritualità istituzionalizzata di un dolore non sempre genuino la concessione delle attenuanti nei tribunali le lunghe molestie sopportate in una vita vissuta a metà "perchè disobbedire è pericoloso" questo è femminicidio.
Femminicidio è solo nella parte finale una soppressione noi Antonietta lo sappiamo ora l'avevamo già persa. Antonietta ha incontrato la morte mentre le tremavano i polsi confusa tra il desiderio di salvarsi e la certezza che nessuno avrebbe creduto la famiglia capace di ucciderla. "Anche la televisione lo dice". Al sud le donne muoiono di meno perché la famiglia le protegge. Ma protegge anche i loro assassini. E protegge le statistiche dall'impatto con un'altra morte inflitta in modo "più intelligente" dissimulandone le cause i moventi e le armi. La prima arma lo stupro è già la morte del futuro l'opzione proprietaria nella quale prima del reato ci sono le forche caudine del dove si era che si faceva e soprattutto del quanto sei onesta buona illibata.
Se sei cresciuta nella camorra femminicidio è già il ricatto tra l'essere camorrista o morire meritando di morire se sei di buona famiglia femminicidio è l'obbligo di onorare la normalità.
Le vittime sono buone o cattive belle o brutte puttane o vergini ma muoiono perché sono donne.
Almeno qualcuna ometta nella cronaca di enumerare le bellezze e le virtù della vittima e guardi a quanto sia servita la sua morte il suo annullamento sociale la sua fuga ad un sistema che non è affatto debole è anzi sempre più forte e sfacciato nel ricacciare le donne nel serbatoio mondiale delle risorse a disposizione. Almeno qualcuna dica che con Antonietta è finita un'altra piccola rivoluzione.
A San Sebastiano al Vesuvio l'11 novembre 2012.




Fonte foto Rete Internet
13/11/2012 da Il Mediano.it



sabato 10 novembre 2012

CHIAMATEMI STREGA - Monologo di Barbara Giorgi scritto per Franca Rame -



Franca Rame

   
Non importa chi sono. Non importa come mi chiamo. 
Potete chiamarmi Strega.
Perché tanto la mia natura è quella. Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita, dal primo calcio che ho tirato al mondo.
Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima, sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche, sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.
E sono bella! Ho la bellezza della luce, ho la bellezza dell’armonia, ho la bellezza del mare in tempesta, ho la bellezza di una tigre, ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna!
Per cui sono Strega.
Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale…  sono io!
Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.
Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.
Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.
Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.
                                                                                                 (dal web) 


martedì 3 gennaio 2012

VIAREGGIO - RAJMONDA VIVEVA NEL TERRORE IL MARITO LA PICCHIAVA

Viareggio, 12 gennaio 2010 - "Rajmonda aveva paura di suo marito e per questo aveva deciso con fermezza di separarsi". Lo sostiene l’avvocato matrimonialista Anna Petroni, dell’omonimo studio in via Sant’Ambrogio, dalla quale si era rivolta la giovane madre albanese uccisa la mattina del 31 dicembre dal marito Franco Antonio Quinci, 35 anni. Il quadro che viene tracciato è inquietante. Un rapporto finito da tempo, una profonda incomunicabilità fra i due coniugi, un relazione deteriorata e insanabile condita da minacce verbali e fisiche di cui la donna era costantemente vittima.

"Rajmonda — ricorda adesso l’avvocato Petroni — venne da me a inizio di ottobre. Era ferma e decisa nella sua volontà. Come sempre facciamo in questi casi ho provato a verificare se ci fossero le condizioni per appianare i dissidi che aveva con il marito. Ma ho subito appurato che non vi erano margini per ricomporre il rapporto".

Come mai? Cosa le diceva Rajmonda?
"Mi diceva che suo marito la minacciava e la picchiava. Ne ho parlato anche con i carabinieri. Ma purtroppo, a quanto pare, non ci sono più tracce dei messaggi che le lasciava. Poi ci sono i maltrattamenti. Non grandi cose, ma sufficienti per denunciare una persona".

Ma lei non aveva mai denunciato suo marito?
"No. Probabilmente sopportava in silenzio. Come purtroppo fanno ancora tante donne. Io le avevo consigliato di denunciarlo e comunque le avevo lasciato i miei numeri telefonici. Le avevo detto di chiamarmi a qualsiasi ora del giorno o della notte. Ma non l’ha mai fatto".

A che punto era la separazione fra i due?
"Come da prassi avevamo mandato a ottobre una raccomandata direttamente a lui. Ne ha presa visione, perché abbiamo la ricevuta di ritorno, però non ha mai risposto. Né lui direttamente, né tramite un legale. Così il 3 dicembre ho depositato in Tribunale il ricorso e a questo punto eravamo in attesa che il giudice fissasse l’udienza. Di questo ricorso lasciai una copia a Rajmonda. Di questa copia adesso non c’è traccia".

Potrebbe averla letta lui la mattina del 31?
"Non posso sapere cosa è successo quella mattina. Lui può aver trovato la copia di Rajmonda. Fra l’altro lei a novemvre aveva fatto richiesta del patrocinio gratuito a spese dello Stato e lo aveva ottenuto perché non lavorava. Forse il marito aveva saputo anche questo e in in ogni caso conosceva la situazione. Forse il 31 è bastato un episodio particolare, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso della sua sopportazione".

Si aspettava un epilogo del genere?
"Fino a questo punto no, ma purtroppo, in base alla mia esperienza professionale, posso dire che ci sono uomini che accettano molto difficilmente la separazione".

Eppure non vivevano più da tempo come marito e moglie...
"E’ vero. Rajmonda mi diceva che si chiudeva nella sua cameretta e lì stava da almeno due anni, senza avere più rapporti col marito. Era a conoscenza del fatto che il marito aveva avuto problemi psichiatrici nel suo passato, e questo fatto la preoccupava ancora di più. Io ho conosciuto una ragazza fisicamente e psichicamente esaurita, ma allo stesso tempo determinata ad andare avanti nella sua decisione di lasciare il marito".

Intanto ieri i carabinieri hanno cercato nuove prove nella casa del delitto, a Stiava. C’erano i Ris e anche il medico legale Stefano Pierotti che, su incarico della Procura, lunedì aveva effettuato l’autopsia. "Il sopralluogo — ha detto — è un passaggio necessario per acquisire ulteriori elementi di valutazione che saranno messi a disposizione del magistrato".

Paolo Di Grazia - La Nazione -

lunedì 2 gennaio 2012

UCCIDE UNA DONNA E PORTA CORPO E COLTELLO DAI CARABINIERI

2 Gennaio 2011

A CERIGNOLA (Foggia) DOPO un litigio

Uccide una donna e porta
corpo e coltello ai carabinieri

Avrebbero avuto un incontro sessuale la notte di fine anno. Ora lei voleva essere sposata perché incinta


MILANO - Ha ucciso la donna con cui aveva avuto una relazione poi ha portato il cadavere in auto sino alla caserma dei carabinieri per autodenunciarsi. È questa la ricostruzione dell'omicidio avvenuto a Cerignola (Foggia). L'uomo, Rosario Lupo di 55 anni, è un bracciante agricolo. La donna uccisa si chiamava Anna Maria Curci e aveva 50 anni. Rosario Lupo l'avrebbe uccisa con una coltellata in località Canneto, agro di Cerignola. Si è poi presentato davanti alla caserma dei carabinieri dicendo che voleva essere arrestato perché aveva ucciso una donna. Ai militari l'uomo ha detto anche che il corpo era fuori nella sua auto. Lì gli investigatori hanno trovato avvolto in un telo il corpo di una donna con ancora un coltello da cucina conficcato nel petto. Era adagiato sul sedile anteriore, lato passeggero, della vettura, una Volkswagen Polo di proprietà del bracciante. 

IL RACCONTO - Secondo le prime notizie e il racconto fornito ai carabinieri dallo stesso Rosario Lupo, il 31 dicembre la coppia avrebbe avuto un rapporto sessuale. Due giorni dopo, la mattina del 2 gennaio, Anna Maria Curci sarebbe tornata da lui dicendogli che avrebbe dovuto sposarla perché era incinta. La coppia si sarebbe rivista poche ore dopo per un chiarimento. E, poco dopo l'ora di pranzo, Anna Maria e Rosario sarebbero andati con l'auto di lui a Canneto. Tra i due sarebbe scoppiato un litigio al culmine del quale Rosario avrebbe accoltellato Anna Maria. La versione dei fatti fornita da Rosario Lupo non convincerebbe però gli inquirenti, diretti dal pm della Procura di Foggia Paola De Martino, che stanno ancora interrogandolo nella caserma dei carabinieri a Cerignola. L'assassino avrebbe anche raccontato che alcuni giorni prima, Anna Maria Curci avrebbe tentato di violentarlo, ma lui è riuscito a fuggire. Ma che nella giornata di domenica lei avrebbe tentato ancora di violentarlo. Così l'avrebbe uccisa. 

                                                                                                                             (Corriere della Sera)

martedì 21 settembre 2010

UCCISA A NAPOLI, ACCUSÒ STUPRATORE DELLA FIGLIA



Il Mattino
Napoli, il killer: «Teresa uccisa per vendetta. La sua morte valeva 15mila euro»
La parola chiave è vendetta. A sentire Alberto Amendola, assassino reo confesso di Teresa Buonocore, la vendetta era il sentimento dominante, istinto immediato di fronte a ogni possibile ostacolo, ma anche unica strategia possibile per risolvere piccoli e grandi litigi.
E allora: vendetta per una denuncia di abusivismo, vendetta contro una multa, vendetta per la testimonianza di una donna che aveva trovato il coraggio di difendere la figlia da possibili molestie.
Aula 113, tensione a fette, parla il presunto assassino di Teresa Buonocore, la donna uccisa lo scorso settembre all’ingresso del porto di Napoli, al termine di un attentato studiato in ogni particolare. Davanti al gip Egle Pilla, Amendola conferma le confessioni rese ai pm nei mesi scorsi e aggiunge particolari sui coniugi Enrico Perillo e Patrizia Nicolino, entrambi indagati a piede libero come mandanti del delitto.
Lui, Amendola, si racconta: «Sono stato per anni schiavo della famiglia Perillo, ho partecipato all’agguato, ma non ho premuto il grilletto. È stato Giuseppe Avolio, fu lui a sparare, io portavo il motorino». In ballo c’era anche una ricompensa – quindicimila euro – tanto valeva la morte di Teresa, da spartirsi in due, oltre al rinnovato senso di affiliazione in un contesto familiare ancora tutto da decifrare.
Difesi dai penalisti Gennaro Lepre e Leopoldo Perone Amendola e Avolio sono in cella, ammettono di aver agito per conto dei Perillo, anche se si rimpallano la responsabilità dei cinque colpi esplosi contro Teresa Buonocore…
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino
Napoli, donna assassinata nel porto incastrò lo stupratore della figlia
Uccisa alla maniera dei boss di mafia, al volante della sua auto. Vittima Teresa Buonocore, 51 anni incensurata. E c’è già una pista, solida, sulla quale gli inquirenti hanno concentrato le loro attenzioni: Teresa Buonocore denunciò e fu testimone decisiva nel procedimento contro un uomo che aveva abusato di sua figlia. La vicenda risale al 2008: la bambina della Buonocore subì violenze da un vicino di casa della donna. La dinamica del delitto è ancora in fase di ricostruzione, sulla scorta degli elementi raccolti dagli esperti di ricerca tracce della polizia scientifica. Teresa Buonocore sarebbe stata avvicinata dal suo assassino mentre era al volante della sua auto, una Athos Hyundai.
La donna abitava a Portici, in via san Cristoforo, con il secondo marito e le figlie. Contrariamente a quanto appreso in un primo momento Teresa Buonocore non è sorella di alcun collaboratore di giustizia. Prima di fare la guida turistica, la donna aveva lavorato per lungo periodo nello studio di un penalista napoletano.
L’agguato, che nelle modalità richiama quelli di pretto stampo camorristico, è stato eseguito in via Ponte dei Francesi, sotto il ponte delle arterie di accesso alle autostrade e sulla rampa e alla zona portuale, motivo per il quale i sopralluoghi sono condotti dalla polizia di frontiera, competente per area interessata, coordinata dal primo dirigente Silvestro Cambria.
Secondo quanto è stato possibile apprendere Teresa Buonocore è stata raggiunta da numerosi colpi di pistola esplosi da un killer mentre era in movimento: l’auto infatti, ha proseguito la sua corsa in maniera incontrollata, per fermasi contro un muretto di delimitazione della strada.
I primi a raggiungere la scena del delitto sono stati gli operatori del 118. La conferma della morte e l’orario approssimativo sono stati stabiliti dal medico dell’ambulanza: al centralino del pronto intervento sanitario sono giunte alcune telefonate, forse di probabili testimoni dell’accaduto. Ovviamente gli interlocutori hanno mantenuto l’anonimato.
Con ogni probabilità i killer, almeno in due e di sicuro a bordo di una moto, hanno affiancato la Hyundai Athos grigia, intestata a una donna di 72 anni, prima che la Buonocore raggiungesse il traffico cittadino dove la fuga per il commando sarebbe stata certamente più difficoltosa. Non è escluso che i killer stessero seguendo la donna da diverso tempo: la scelta del posto non sembrerebbe casuale. Sul posto gli esperti in ricerca tracce della polizia scientifica hanno rilevato bossoli e segni di pneumatici di motocicletta.
Gli inquirenti ora stanno battendo la pista della vendetta contro la donna e stanno quindi valutando eventuali collegamenti fra questa vicenda e l’omicidio, anche se resta valida anche l’ipotesi del delitto di camorra, tanto è vero che l’inchiesta, per la quale sono stati delegati gli agenti della squadra mobile con il dirigente Vittorio Pisani e la collaborazione dei colleghi del commissariato di Portici, guidati dal dirigente Michele Spina, è coordinata dal pm antimafia Simona Di Monte. L’uomo che abusò della bambina si chiama Enrico Perillo, ed è un geometra. Per lui fu relativamente semplice “adescare” non solo la figlia di Teresa, ma anche un’altra coetanea: entrambe, all’epoca, erano infatti le amichette del cuore di sua figlia. Perillo, in primavera, è stato condannato in primo grado a oltre quindici anni di reclusione, pena che sta scontando nel carcere di Modena: per giungere alla condanna fondamentali furono la denuncia e la testimonianza di Teresa Buonocore, che non si lasciò per nulla intimidire, nonostante la vicinanza abitativa con l’aggressore della figlia.
A Perillo In un primo momento, furono concessi gli arresti domiciliari, ma l’uomo evase e quindi la misura fu inasprita col carcere. A suo carico c’è anche una condanna per omicidio, che risale a molti anni fa: quando uccise un uomo per gelosia. Fra i precedenti, anche un arresto compiuto per detenzione di un’arma da fuoco: gli agenti del commissariato di Portici gli trovarono in casa un arsenale. Per quest’ultimo reato l’uomo patteggiò una condanna a tre anni di carcere.
Sky Tg24
L’omicidio di Teresa Buonocore, ergastolo per Enrico Perillo
La donna, soprannominata “mamma coraggio”, era stata uccisa nel 2010 a Napoli dopo aver testimoniato contro l’uomo che aveva abusato della figlia. E che ora è stato condannato perché considerato dall’accusa il mandante del suo assassinio
E’ stato condannato all’ergastolo Enrico Perillo, ritenuto il mandante dell’assassinio di Teresa Buonocore, la ‘mamma coraggio’ uccisa a Napoli nel settembre del 2010 dopo aver denunciato abusi sessuali su una delle due figlie. La sentenza è stata emessa dalla terza corte d’Assise di Napoli, che ha deciso anche di accordare un risarcimento di 20mila euro in favore dell’Ordine degli avvocati e delle altre parti civili e una provvisionale di 100mila euro ad ognuna delle due figlie della donna per complessivi 200mila euro
Gli esecutori materiali del delitto Alberto Amendola e Giuseppe Avolio erano già stati condannati al termine del processo con rito abbreviato (21 anni e quattro mesi il primo e 18 anni il secondo). Perillo secondo i giudici abusò di una delle due figlie della donna, che frequentava la sua casa in quanto amica delle sue figlie. Teresa Buonocore venne assassinata a Napoli nel settembre del 2010, secondo la Procura, proprio perché si era costituita parte civile nel processo di primo grado testimoniando contro Perillo, ottenendo una provvisionale di 25.000euro.
Teresa Buonocore venne freddata con 4 colpi di pistola sotto il ponte dei Francesi a Napoli il 20 settembre del 2010. Dopo aver denunciato e testimoniato contro Enrico Perillo, l’uomo che aveva abusato della figlia, “Teresa sapeva di essere in pericolo”, come aveva raccontato a Sky.it la sorella della vittima Pina Buonocore. “L’uomo aveva più volte detto alla bambina: Se parli uccido tua madre”. E aveva aggiunto: “Questo Paese che protegge tutti, i pentiti, i magistrati, i mafiosi, non ha saputo tutelare una donna che aveva testimoniato contro una persona che si è macchiata di un reato grave come quello della pedofilia. Probabilmente, la portata di questo pericolo è stata sottovalutata da chi aveva il compito di tutelarla”
AgoraVox
Teresa Buonocore, il coraggio di una madre
Teresa Buonocore, 51 anni, di Portici (Na), viene assassinata il 20 settembre 2010. Due gli esecutori materiali: Alberto Amendola e Giovanni Avolio. Per la Procura di Napoli è Enrico Perillo, l’uomo che abusava sessualmente della figlia di Teresa (di appena 8 anni), il mandante dell’omicidio.
La donna, secondo l’accusa, sarebbe stata uccisa per vendetta, essendo stata la testimone-chiave nel processo che ha portato alla condanna del Perillo, per le violenze perpetrate in danno della bambina. Il 26 ottobre, si aprono le porte dell’aula della III sezione della Corte di Assise, presso il Tribunale di Napoli.
Tocca alla città, ora, mostrare il proprio volto.
Questa è la storia di una donna, di una mamma.
Quando il silenzio fa più paura della velocità dei proiettili, nell’attraversare il tuo corpo e ridurti senza parola.
Questa, è la storia di mandanti ed esecutori.
Assassini, tutti.
Un omicidio pensato, studiato, maturato.
Teresa Buonocore era una madre, che ha difeso e tutelato sua figlia, sottraendola alla violenza perpetratale da un aguzzino spietato e senza scrupoli.
Quella violenza che ti toglie il diritto di guardare il mondo dal basso verso l’alto; che penetra l’anima, ancor prima della tua carne.
Quella che, tra atroci sofferenze, costringe una bambina di otto anni a subire l’indicibile.
Violenza sessuale.
Così, si chiama. Così, si scrive. Così, si dice o ancora si bisbiglia.
Teresa Buonocore trascina sua figlia lontano da quel mostro, che le ha avvelenato la vita. Denuncia tutto, diventa il testimone chiave, in un processo che condurrà alla condanna del pedofilo.
Quindici anni di carcere, giudicherà il Tribunale di Napoli.
E cinquantamila euro di provvisionale, da corrispondere a Teresa, costituitasi parte civile nel processo.
Non un attimo di esitazione. Una madre forte, coraggiosa.
Sempre accanto a sua figlia.
Enrico Perillo
Enrico Perillo, il geometra vicino di casa, l’uomo che ha abusato ripetutamente della piccola, oggi sta scontando la sua pena nel penitenziario di Modena.
Sembrerebbe una storia di coraggio e di giustizia.
Ferite che non possono rimarginarsi, quelle che la bambina porta a fuoco, sulla sua pelle.
Ma fin qui, tutto farebbe pensare ad una conclusione, della vicenda.
E invece no.
Non ho mai creduto alle frottole sull’onore, che raccontano i delinquenti della peggiore specie: criminali comuni, mafiosi, camorristi, “assassini a pagamento” vicini a queste organizzazioni (anche e soprattutto nella mentalità, emulandone gesti e comportamenti).
Trovo surreale, quasi blasfema, questa autoattribuzione di orgoglio, legata al rispetto di principi ed idee, che loro chiamano “valori”.
Ancora più disgustoso, il pensiero che questi uomini, autoproclamatisi tutori indefessi di “regole d’onore”, compiano un gesto così maledettamente vigliacco.
Essì.
Giancarlo Siani diede la prova che tra i camorristi ci fossero pure gli “infami” e i “traditori” (volendo adottare il loro linguaggio tribale); la vicenda di Teresa, uccisa barbaramente, mentre era alla guida della sua automobile: inerme, indifesa, e solo perché si era strenuamente battuta per ottenere giustizia, per la sua piccola – dilaniata nel cuore e nella carne da un abbietto violentatore – ci conduce dritti, verso l’ennesima conclusione.
Che i criminali tutti, sono niente altro che dei vigliacchi. Privi del senso della vita, figuriamoci dell’onore.

Link

Corriere del Mezzogiorno
Repubblica