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giovedì 29 marzo 2018

POI TOCCÒ A ME. ORMAI ERO TERRORIZZATA





Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo... Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un circoncisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore … Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti… Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarle brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.
Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che cola tra le gambe, cola un filino alla volta, una goccia alla volta.) Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo. Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna…L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce…Da allora non fu più la stessa…aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi) … cominciammo a bagnare il letto dopo la circoncisione."
Ayaan Hirsi Ali, L’infedele

martedì 5 gennaio 2016

MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI: L’AFRICA REAGISCE



Dalla Somalia al Senegal, 125 milioni di donne sono vittime di una pratica ancestrale che umilia la femminilità e boicotta la parità di genere. Oggi sono loro le prime a dire basta. Ve lo raccontiamo con una mappa interattiva, che va dritta al cuore di questa ferita.
di Emanuela Zuccalà
 Lo strazio della mutilazione genitale esplode nella banalità di una stanza qualunque, o nella capanna buia di un villaggio. Una lametta comprata al mercato, un coltello affilato, un vetro rotto. A volte ago e filo, oppure le spine di un rovo selvatico. Le donne di casa tengono ferma la bambina, mentre un’estranea viene pagata per infliggerle un dolore che non dimenticherà mai più. La piccola resterà immobile per settimane, ad attendere che la ferita si rimargini e pregando che non s’infetti.
Per oltre 125 milioni di donne nel mondo, il passaggio dall’infanzia all’età adulta è marchiato con il sangue. Dal taglio del clitoride al raschiamento delle piccole labbra, fino alla rimozione di tutti i genitali esterni e a una stretta cucitura che lascia solo un piccolo foro per il flusso mestruale e le urine, da lacerare la prima notte di nozze. Un rito ineluttabile, in certe società, che “purifica” le donne dalla loro stessa femminilità, le sottomette nella sofferenza rendendole vergini a vita, refrattarie al piacere sessuale e dunque – questo, in genere, il sillogismo – mogli devote e fedeli.
Secondo i dati dell’Unicef e dell’Organizzazione mondiale della Sanità, le vittime sono concentrate in 29 Paesi del mondo: a eccezione di Yemen e Iraq, gli altri si trovano tutti in Africa.
Nel 1993 la Conferenza mondiale sui diritti umani a Vienna sancì per la prima volta che le mutilazioni genitali femminili (Mgf) sono tra le più brutali forme di violenza di genere, affrancandole dallo status – esotico, troppo distante da noi – di “pratiche tradizionali dannose”. È per questo che oggi, 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci concentriamo sulla sofferenza e sull’umiliazione del “taglio” nel continente africano. Attraverso la mappa interattiva che vedete più sotto – frutto di un’inchiesta di data journalism che incrocia dati delle agenzie Onu Unicef e Unfpa, dell’Oms, del Dipartimento di Stato Usa, dell’ex Agenzia britannica di confine (Ukba) e di varie Ong -  potrete esplorare la diffusione e le declinazioni locali di un’usanza ancestrale tuttora intrisa di falsi luoghi comuni, che oscillano tra una pena sterile verso le vittime e il disprezzo di una pratica liquidata in fretta come retaggio di un mondo selvaggio.
E invece sono state proprio loro, le donne africane, le prime a spiegare al mondo che, tagliando via pezzi di intimità, si tocca l’apice dell’abuso di genere suggellando la subalternità delle donne. In Somaliland, uno Stato non riconosciuto dalla comunità internazionale ma che ha identiche tradizioni della confinante Somalia in guerra, Edna Adan Ismail combatte da 40 anni: ostetrica, poi first lady e ministra, negli anni Settanta fu la prima nella regione a parlare apertamente di un tema tanto tabù e oggi, a 78 anni, dirige l’ospedale che porta il suo nome nella capitale Hargeisa, alleviando le sofferenze di giovani tagliate e cucite che a ogni parto rischiano la vita.
Su un’altra sponda del continente, in Benin, lotta Isabelle Ekue Tevoedjre, 85 anni, fondatrice del locale Comitato Inter-Africano (Iac) sulle pratice tradizionali dannose. In Egitto, l’avvocatessa Reda el-Danbouki è stata la principale artefice della prima condanna per il crimine di Mgf nella storia del Paese, nel gennaio del 2015. E in Mali Fatoumata Coulibaly, regista, attrice e attivista, nel 2004 ha scioccato il Festival di Cannes con il film Moolaadé  che mostra il dramma delle MGF.
 La nostra mappa si spinge oltre i 27 Paesi africani indicati dall’Unicef e dall’Oms, perché altrove – come in Ruanda e Zimbabwe – altri report americani e inglesi indicano che la pratica esiste, seppure molto circoscritta. Mentre in Stati come Marocco e Tunisia, sebbene la Mgf sia totalmente estranea alla cultura, si sono scatenati dibattiti accesi.
La battaglia delle donne africane ha raggiunto risultati importanti, ma la strada da percorrere è ancora lunga. La vittoria più recente è datata 5 maggio 2015, quando la Nigeria è stata l’ultima nazione africana ad approvare una legge federale che dichiara la Mgf un reato. Un passo epocale, perché compiuto da uno dei Paesi più popolosi del continente e la speranza è che possa incoraggiare gli altri 6 Stati africani ancora privi di una legge a dotarsene presto. Il progresso verso la liberazione delle donne dal taglio, sottolinea l’agenzia Onu Unfpa, ha infatti bisogno di un’accelerazione: dal 2005 al 2010 il declino in Africa è stato solo del 5%. Di questo passo, toccherà attendere un nebuloso 2074 per festeggiare il dimezzamento del fenomeno.
Quale sarà, allora, la strategia vincente per il futuro? “Che voi occidentali ci sosteniate nella battaglia” afferma Edna Adan Ismail “perché ormai non è un problema solo africano. Con l’immigrazione, le ragazze tagliate stanno nelle vostre scuole, nei vostri ospedali: il mondo condivide il nostro dolore, e deve condividere anche le responsabilità. Voi, che siete stati capaci di andare sulla Luna, non riuscite ad aiutare le donne africane a debellare un’usanza che le porta alla morte. Chiediamo una collaborazione, da parte vostra, che sia profondamente umana, non fatta solo di slogan”.

UNCUT: UN PROGETTO PER LE DONNE D’AFRICA
Questa inchiesta di datajournalism fa parte del progetto multimediale UNCUT sulle mutilazioni genitali femminili, realizzato grazie all’“Innovation in Development Reporting Grant Program” dello European Journalism Centre (EJC) e alla Bill & Melinda Gates Foundation, in collaborazione con ActionAid e Zona.
Sul Corriere Sociale potete consultare una mappa interattiva della diffusione di questa ferita anche in Europa.
Per informazioni su UNCUT: zona.org
Su Twitter: #uncutproject

di Emanuela Zuccalà
Foto: Simona Ghizzoni
Mappa: Alessandro D’Alfonso
Ricerca dati: Emanuela Zuccalà, Valeria De Berardinis
 





lunedì 21 dicembre 2015

MUTILAZIONI GENITALI: DUE DONNE MASAI IN PRIMA LINEA


Le chiamano nel cuore della notte per fermare le cerimonie del “taglio” e i matrimoni forzati. Così Faith e Lucy, nel sud del Kenya, combattono dalla parte delle bambine.


di Emanuela Zuccalà, Simona Ghizzoni. 

«Nella cultura Masai, per diventare una donna adulta devi passare attraverso il rito della mutilazione genitale». Faith Mpoke ha 33 anni e lavora per ActionAid a Elangata Wuas, una località sperduta nella savana della contea di Kajiado, nel sud del Kenya.
Ogni mattina parte in jeep verso gli enkang, gli accampamenti con le case di fango tonde e buie, a persuadere la sua gente che è ora di guardare al futuro. Cominciando dalla rinuncia a tradizioni foriere di malattie, mortalità materno-infantile, ignoranza e povertà. Come l’emuatare, l’escissione dei genitali femminili che tra i Masai ha una diffusione del 73 per cento (la media nazionale del Kenya è invece del 27) e rappresenta l’anticamera del matrimonio forzato per le bambine a partire dai 10 anni. «Anch’io ho subìto il taglio» ammette Faith «ma mia madre era insegnante e s’è battuta affinché terminassi gli studi».
Poco lontano, a Il Bissil, un’altra donna Masai sottrae le bambine all’emuatare e ai matrimoni precoci: si chiama Lucy Itore ed è la vicepreside della scuola locale. Con il telefono sempre acceso, riceve chiamate d’emergenza dalle sue “spie” negli accampamenti e compie spedizioni notturne, scortata dalla polizia. Nel dormitorio della scuola è riuscita ad accogliere una ventina di piccole fuggitive: la più giovane è Sukuta, data in sposa a nove anni in cambio di cinque vacche. Oggi, andando a scuola, riesce finalmente a sognare un futuro. E così Soila, 13 anni, che sentite cantare nel video: «Era la canzone che mi dava forza quando volevo scappare dal matrimonio» ci ha raccontato. «Dice: non c’è nulla di così difficile che il mio Dio non possa aiutarmi ad affrontare».
Lucy Itore può far studiare queste bambine grazie a un programma di sostegno a distanza: con 420 dollari (circa 380 euro), si copre un intero anno di tasse scolastiche, libri, cibo e vestiti.
UNCUT: UN PROGETTO PER LE DONNE D’AFRICA
Questo video fa parte del progetto multimediale UNCUT sulle mutilazioni genitali femminili, realizzato grazie all’ “Innovation in Development Reporting Grant Program” dello European Journalism Centre (EJC) e alla Bill & Melinda Gates Foundation, in collaborazione con ActionAid e Zona.
Per informazioni: zona.org www.zona.org/it/progetti/uncut/
Su Twitter: #uncutproject
di Emanuela Zuccalà
Foto: Simona Ghizzoni
Mappa: Alessandro D’Alfonso
Ricerca dati: Emanuela Zuccalà, Valeria De Berardinis