martedì 25 novembre 2014

25 NOVEMBRE, LE DONNE DI PALMA CAMPANIA CONTRO IL FEMMINICIDIO




Il 25 novembre si è tenuto nella sala teatrale comunale la manifestazione contro il femminicidio“Ni una más”/ “Non una di più, per sollecitare le autorità competenti a promuovere le strategie necessarie a sostegno della lotta contro la violenza di genere: centri di ascolto, sostegno alla genitorialità, case famiglia, educazione all’affettività, come ha illustrato nell’introduzione alla serata la prof.ssa Buonagura. La manifestazione è stata organizzata dal Gruppo Noi Siamo Innocenti, il Laboratorio Teatrale Gulliver, il Gruppo Archeologico Terra di Palma e la partecipazione del Centro Sociale Anni d’Argento, La FIDAPA e l’ARCI. Nell’antisala del teatro sono stati appesi alle pareti abiti con alla base scarpe rosse, gli abiti rimasti negli armadi, che nessuna donna indosserà più, simulacri che chiedono giustizia. All’ingresso, le giovani studentesse dell’Istituto Alberghiero di Nola,Galileo, accompagnate dalle docenti, hanno distribuito agli intervenuti un fiore rosso, simbolo della lotta contro il femminicidio. La manifestazione si è svolta sotto forma di rappresentazione con le allieve e la direttrice del Laboratorio Teatrale Gulliver, Gabriella Maiello, che si sono alternate nella recitazione di monologhi di Serena Dandini ed inediti della prof.ssa Michela Buonagura, e la poesia Io conto i passi della stessa, sulla scena illuminata soltanto dai ceri, in memoria di tutte le donne uccise, tenendo sospeso il teatro per la carica drammatica dei brani.
Il clou si è raggiunto con la proiezione del corto Forbici, che ha catalizzato le emozioni del pubblico.
La graphicnovel, che fa parte del film partecipato di Antonietta De Lillo “Oggi insieme, domani anche” per la Marechiaro film, ha riscosso grande successo e conquistato numerosi premi a livello internazionale, tra cui la menzione speciale “Nastri d’argento” e il “Premio Amnesty”.
La grafica, per la tecnica usata, ricorda La linea di Osvaldo Cavandoli per la pubblicità Lagostina, ma le linee di Forbici si vestono dei colori della violenza e della morte, il rosso e il nero, si caricano di un simbolismo tragico a ricostruire con ritmo incalzante il dramma, raggiungendo la spannung nella figura femminile che alza le braccia inorridita, come nell’Urlo di Munch, fino all’epilogo, con la pioggia di forbici che investe completamente la scena, in un ultimo grido rosso di sangue.
La filmaker, Maria Di Razza,intervistata dalla prof.ssa Buonagura, che da tempo l’aveva contattata, ha dichiarato commossa: “È molto importante per me stare qui stasera, è prendere contatto reale con il fatto drammatico che ha ispirato la mia creazione”.
La serata si è conclusa con la consegna della targa da parte del Sindaco, con la quale si è espressa la gratitudine delle donne palmesi per l’impegno dell’artista contro la violenza maschile.

Marilena Nappi

martedì 11 novembre 2014

FEMMINICIDIO: ALESSANDRA E UNA MORTE DIMENTICATA di CARMELA CASSESE

foto for


NAPOLI - Alessandra Sorrentino morì più o meno due anni fa, a Palma Campania, una notte di inizio estate. Era giovane, madre di due bimbi, e fu uccisa con una paio di forbici dal marito. Una morte efferata, ricordata con sentimento e dolore con un evento tenutosi nel teatro comunale di Palma, nato dalla collaborazione delle donne di varie associazioni presenti sul territorio. Una manifestazione che ha avuto come scopo quello di “purificare”- come dichiara l’organizzatrice Michela Buonagura- una giovane 26enne vittima di un uomo, ma anche delle chiacchiere di paese.
«Io non conoscevo Alessandra, – dice Michela Buonagura – ma ho partecipato ai suoi funerali, come tanti altri, come sempre accade quando un paese viene colpito da un fatto tragico.  Quei funerali sono rimasti impressi nella mia mente, un ricordo indelebile. Solo donne, solo donne con i visi afflitti e lo sdegno negli occhi; gli uomini si potevano contare sulle dita di una mano. Gli uomini erano fuori, come se il fatto non li riguardasse o come se con la loro assenza giustificassero l’azione.
Per Alessandra non c’è stata nessuna fiaccolata, come di solito si fa in queste occasioni. Per Alessandra si sono accese “le malelingue” e così Alessandra è stata uccisa due volte, con la stessa arma, le forbici, quelle reali e quelle metaforiche. Tutto questo è inaccettabile. La violenza non va giustificata, mai. Il mio è stato un invito alla riflessione, un invito ad agire con responsabilità non solo nei riguardi di chi amiamo ma di tutti, perché la nostra umanità non si ferma alla porta di casa, anche il fuori ci appartiene e ne siamo responsabili, con i nostri gesti e le nostre parole, perché tutto ciò che accade agli altri potrebbe accadere anche a noi».
La serata, intervallata dalla lettura di monologhi, scritti da Michela Buonagura, ha “mantenuto  in vita” con un pensiero anche altre donne, abusate, torturate, violentate: morte. Dalla sposa bambina impiccata per aver ucciso il suo violentatore, promesso sposo, a Fortuna, piccola bimba precipitata dalla finestra del suo palazzo.  Presente all’iniziativa anche la regista Maria Di Razza, che ha introdotto la proiezione del suo pluripremiato corto “Forbici”, un lavoro che in pochi minuti racconta la tragedia della ragazza Palmese. «Il corto –dichiara l’autrice – ha, del tutto inaspettatamente, riscosso un successo e un interesse al di là di ogni più rosea previsione, partecipando finora a 65 Festival in 4 continenti portando a casa 8 premi, fino alla menzione speciale ai “Nastri d’Argento”, il segno tangibile dell’emergenza sociale che la tematica rappresenta. Il maggiore successo lo ha riscosso in Sud America con una dozzina di Festival e 2 premi, poi in India e anche in un Festival africano, il che lascia ancor più riflettere. Certamente un lavoro cinematografico non può avere la pretesa di proporsi come panacea del malessere sociale che il fenomeno del femminicidio sta generando, ma il cinema può dare un contributo alla campagna di sensibilizzazione che si sta mettendo in atto».

                                                                                                                                                                                                                                                                                 di Carmela Cassese

  da Comunicare il sociale

giovedì 6 novembre 2014

NON SENTIRTI SEMPRE IN COLPA





Svelate le caratteristiche e le tecniche degli astuti manipolatori. I punti deboli della vittima. Per non cadere nella trappola
Sottili ricatti morali a volte condizionano la vita.
Il ricatto morale e' una forma di manipolazione che puo' essere usata per ottenere cio' che si vuole dalle persone vicine e di cui si conoscono i punti deboli.
Un esempio? Eccolo: "Ho detto a mio marito che avrei seguito un corso, una sera a settimana e lui ha reagito in quel suo modo tranquillo. "Fai quello che vuoi, tanto lo fai sempre" mi ha detto "ma non credere che staro' qui ad aspettare che tu torni a casa. Io sono sempre a tua disposizione; perche' tu non lo sei mai?"
Sapevo che il suo ragionamento era privo di senso, eppure mi sono sentita cosi' egoista da farmi restituire i soldi del corso". + proprio con questo esempio che inizia un recente volume sul ricatto morale scritto dalle psicologhe americane Susan Forward e di Donna Frazier, dal titolo "Il senso di colpa" (Corbaccio Ed.).
Nel ricatto morale c' e' , implicita, la minaccia di punizione, diretta o indiretta. Invece di valutare con lealta' il motivo del disaccordo, il manipolatore sfrutta i sentimenti, le paure, il senso del dovere o di colpa dell' altro.
Il ricattatore non e' una persona malvagia, che si alza pensando chi puo' tormentare. Al contrario, egli si considera benevolo e affettuoso: il cattivo, l' ingrato non e' lui, ma il suo capro espiatorio che spesso ama di un amore soffocante.
Un primo passo per uscire da questo impasse consiste nel riflettere sulle strategie che il manipolatore utilizza.
Vediamole.
ribaltare. Il manipolatore ribalta i termini del conflitto e colui che chiedeva spiegazioni viene accusato di insinuare cose non vere e di essere la causa di disaccordo.
indebolire. La vittima (che non esaudisce i desideri) viene definita tout - court malato, pazzo, isterico. Si cerca di indebolire la fiducia della vittima in se stessa, per ottenere obbedienza. Se, ad esempio, si tratta di una coppia, il manipolatore potra' elencare tutti gli eventi negativi vissuti insieme, attribuendoli esclusivamente ai problemi emotivi dell' altro.
nascondere. Un' altra condizione patologica si verifica in quelle famiglie che custodiscono segreti di abuso infantile, alcolismo, suicidi, ecc. e che decidono tacitamente di tenere nascosto cio' che e' accaduto. Se un familiare, invece, ne parla, gli altri possono marchiarlo come mitomane, bugiardo, distruttore di famiglie.
cercare complici. Se la "vittima", non collabora, il manipolatore puo' cercare degli alleati tra familiari, amici, religiosi. Confrontare. Perche' non riesci a essere come... Parole che fanno da pungolo emotivo che puo' centrare il bersaglio. La trappola funziona quando si cede al ricattatore per dimostrargli che si e' sbagliato.
COSA RENDE FRAGILI: I PUNTI DEBOLI DELLA VITTIMA
 Il manipolatore ha successo soltanto se trova, nell' altro, la vittima, dei punti deboli.
Vediamo quali posso essere.
* Un bisogno eccessivo di approvazione. Non c' e' nulla di male nel desiderare l' approvazione, o nel chiederla alla persona che ti sta vicino; ma quando l' approvazione diventa una droga da assumere in dosi costanti, e' facile essere manipolati.
* Un grande timore dei conflitti. Chi non tollera la minima divergenza si affretta a fare e a ottenere immediatamente la pace evitando qualsiasi chiarimento. Preferisce cedere su tutto pur di non litigare.
* La sindrome di Atlante. Come il mitico Atlante che portava il mondo sulle spalle, alcuni tendono ad assumersi non soltanto le proprie responsabilita' , ma anche quelle degli altri. Facendosi pero' sistematicamente carico del benessere, delle scelte e delle decisioni degli altri (per es. dei componenti la famiglia), si finisce per essere individuati come la fonte principale dei malesseri e delle insoddisfazioni di cui in realta' non si e' per nulla responsabili.
* Scarsa fiducia nelle proprie capacita' . + facile lasciarsi ferire da critiche ingiuste quando si e' insicuri, specialmente se le critiche provengono da persone autorevoli e che stimiamo; ma se non si ha fiducia in se stessi si puo' finire per fare cose che non si vorrebbero fare, soltanto per compiacere gli altri.
COSI' CI SI DIFENDE
Per non cadere nella trappola Ecco alcune strategie per difendersi dai ricatti morali degli esperti manipolatori.
* Non stare sulle difensive. Alcuni ottengono cio' che vogliono urlando, facendo il muso, facendo la vittima, accusando, minacciando. La tendenza e' quella di difendersi, ma si rischia di versare benzina sul fuoco. Meglio cambiare copione e dire: Mi spiace che sia irritato; non capisco come tu possa vederla cosi' ; in questo modo non risolvi nulla; ne riparleremo con piu' calma.
 * Trasforma il ricattatore in alleato. Quando non sembrano esserci vie d' uscita, si puo' tentare di coinvolgere l' altro nella soluzione del problema. Chiedendogli un consiglio, un' informazione o uno sforzo di immaginazione lo si puo' indurre a guardare la questione con occhi diversi: Puoi aiutarmi a capire; perche' e' cosi' importante per te? puoi darmi qualche suggerimento per risolvere questo problema? puoi aiutarmi a capire perche' la cosa ti irrita tanto? mi chiedo che cosa accadrebbe se; crchiamo di pensare ad una soluzione che possa andare bene per entrambi.
* Usa un po' d' umorismo. In una relazione positiva, l' umorismo e' uno strumento efficace per mostrare all' altro come ci appaiono i suoi comportamenti. L' ironia fa apprezzare la compagnia e lega le persone; inoltre ha un immediato effetto rilassante, abbassa la pressione e puo' raffreddare subito un incontro che sembra difficile.
Oliverio Ferraris Anna  - dal Corriere della Sera -

mercoledì 29 ottobre 2014

TERNI, UCCIDE LA MOGLIE A COLTELLATE



Massacrata a coltellate dal marito geloso mentre i figli di due e sette anni dormono nella stanza accanto. L’ennesimo caso di omicidio in famiglia è accaduto a Terni, nell’immediata periferia della città, dove Laura Livi, consulente legale 36enne è stata uccisa nella notte di martedì da Franco Sorgenti nella casa dove la coppia viveva insieme ai due figli. L’uomo, un pensionato di 66 anni, dopo aver aggredito la moglie, si è consegnato agli agenti del carcere cittadino.
“Ho ucciso mia moglie”, sono state le prime parole che ha pronunciato alla polizia penitenziaria per costituirsi. Durante l’omicidio nell’abitazione c’erano anche i due figli della coppia che però in quel momento dormivano e non si sarebbero accorti di nulla. Ancora da chiarire le ragioni del gesto ma secondo una prima indagine dei carabinieri, l’omicidio sarebbe avvenuto nel corso di una lite, probabilmente iniziata a causa della forte gelosia di lui. Sembra inoltre che il loro rapporto non era visto di buon occhio dalla famiglia di lei, data la forte differenza di età. L’uomo avrebbe anche chiuso nella loro stanza i figli, prima di colpire la moglie con due coltellate all’addome. L’uomo si trova ora in carcere in stato di arresto per omicidio volontario.

domenica 26 ottobre 2014

“SE MI DICE NO L’AMMAZZO…”


 

CATANIA - “Se mi dice no l’ammazzo…“. Il destino di Veronica Valenti, catanese di 30 anni, era già scritto prima ancora di quell’incontro mortale col suo ex. L’ha accoltellata sotto casa, domenica sera, perché lei non era disposta a tornare con lui. Gora Mbengue, senegalese di 27 anni, lo aveva deciso prima ancora di incontrarla: era uscito di casa armato di coltello, se non fosse stata sua non sarebbe stata di nessun altro.
E’ stato lui stesso a confessarlo spontaneamente alla polizia. L’aggressione, secondo quanto ricostruito, era dunque prevista e per questo l’uomo è stato arrestato su disposizione della Procura per omicidio volontario premeditato. Un delitto che lascia senza fiato il padre della vittima, Giuseppe Valenti: “L’ha uccisa senza pietà”.
E il dolore aumenta quando ricorda i “consigli inascoltati” dalla figlia: “Le avevo detto: ‘stai attenta’, e adesso è finita come è finita…”. Valenti spera “in una telefonata del governo, del ministro dell’Interno, Angelino Alfano”, perché, sottolinea “Valentina era una brava ragazza e tutti lo devono sapere”. Ma soprattutto affinché “non si ripeta: i papà e le mamme stiano attenti alle loro figlie…”. “Non sono razzista – spiega – ho una figlia che vive negli Usa sposata con un militare di colore, ma questi che arrivano in Italia hanno altri usi, altre religioni e diversi modi pensare“. In passato c’erano stati momenti di tensione “segnalati alle Istituzioni, ma non denunciati” e adesso “mia figlia è morta”. “Ringrazia la polizia che ha arrestato” l’assassino, e adesso chiede “giustizia”. Anche se alla domanda se lo avesse davanti cosa gli direbbe”, Giuseppe Valenti risponde: “Non me lo fate dire…”
Gora Mbengue abita in via Tezzano, una zona frequentata da molti extracomunitari, vicino alla stazione ferroviaria di Catania. Domenica sera Veronica è andata ad incontrarlo per l’ultima volta, dopo le 22, con la sua auto, una Peugeot 107 nera, che aveva parcheggiato proprio davanti alla sua abitazione.
L’aveva conosciuto in una discoteca nel 2013 e dopo un anno e mezzo, tra alti e bassi, lei lo aveva lasciato. Una separazione che il senegalese non accettava. E questo era il tema dell’incontro chiarificatore di domenica sera. Lui è sceso in ciabatte e con un coltello. E’ entrato nella vettura e ha cominciato a discutere con la donna. Non accettava la fine della loro relazione e non ha accettato l’ennesimo no. Per questo l’ha colpita con violenza, numerose volte, proprio all’interno della sua auto.
Veronica è morta sul colpo, per le coltellate che hanno straziato il suo corpo che si è adagiato sullo sterzo. Lui è sceso dall’auto ed è fuggito, scalzo, lasciando sul posto ciabatte e coltello. La scena è stata notata da più testimoni che hanno chiamato la polizia.
Le indagini hanno preso subito la pista del delitto passionale: gli investigatori hanno ricostruito le ultime frequentazioni della vittima e sono risaliti all’ex fidanzato e alle liti che c’erano state tra i due per la volontà di lei di non riallacciare la relazione.
Sono scattati controlli e perquisizioni culminati con l’individuazione e la cattura di Mnengue, che è stato trovato in via del Plebiscito. L’uomo alla vista degli agenti di polizia non ha opposto resistenza, anzi, con spontanee dichiarazioni ha ammesso di essere l’autore del delitto. Una “magra consolazione” per il padre della giovane che non si dà pace: “L’avevo avvisata – ripete continuamente – ‘stai attenta Veronica’, e adesso lei è morta e io sono qui, senza di lei…”.

sabato 25 ottobre 2014

MIA FIGLIA HA BALLATO CON LA FORCA



Reyhaneh Jabbari, a 26 anni, è stata impiccata all'alba in una prigione di Teheran. Era stata arrestata nel 2007, quando aveva 19 anni e condannata a morte per aver ucciso il suo stupratore. Sholeh Pakravan, ha confermato la notizia della morte della figlia sul suo profilo Facebook, con questa espressione figurativa e poetica: "Mia figlia ha ballato con la forca".

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Traduzione dall'inglese del testamento di Reyhaneh Jabbari


Cara Sholeh, oggi ho appreso che ora è il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime iraniano). Mi ferisce che tu stessa non mi abbia fatto sapere che ero arrivata all'ultima pagina del libro della mia vita. Non credi avrei dovuto saperlo? Lo sai quanto mi vergogno perché sei triste. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
 Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella orribile notte io avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all'obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L'assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti e qualche anno dopo saresti morta per questa sofferenza e sarebbe andata così.
Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da qualche parte ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita.
Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare la lezione e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte bisogna lottare. Mi ricordo quando mi dicesti di quel vetturino che si mise a protestare contro l'uomo che mi stava frustando, ma che quello iniziò a dargli la frusta sulla testa e sul viso fino a che non era morto. Tu mi hai detto che per creare un valore si deve perseverare, anche se si muore.
Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che si deve essere una signora di fronte alle discussioni e alle lamentele. Ti ricordi quanto notavi il modo in cui ci comportavamo? La tua esperienza era sbagliata. Quando è accaduto questo incidente, questi insegnamenti non mi hanno aiutato. Essere presentabile in tribunale mi ha fatto apparire come un'assassina a sangue freddo ed una spietata criminale. Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata, perché avevo fiducia nella legge.
Ma sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. Lo sai, non uccidevo neanche le zanzare e gettavo via gli scarafaggi prendendoli dalle antenne e ora sono diventata un'assassina volontaria. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato come un comportamento mascolino e il giudice non si è neanche preoccupato di tenere in considerazione il fatto che all'epoca dell'incidente avevo le unghie lunghe e laccate.

Quant'è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai contestato il fatto che le mie mani non sono ruvide come quelle di uno sportivo, specialmente un pugile. E questo paese per il quale tu hai piantato l'amore in me, non mi ha mai voluto e nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni in isolamento.

Cara Sholeh, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest'epoca. La bellezza dell'aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce.
Mia cara madre, la mia ideologia è cambiata e tu non ne sei responsabile. Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcun altro, in modo che quando verrò giustiziata senza la tua presenza e senza che tu lo sappia, ti vengano consegnate. Ti lascio molto materiale manoscritto come mia eredità.
Però, prima della mia morte voglio qualcosa da te, qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze e in ogni modo possibile. In realtà è l'unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che avrai bisogno di tempo per questo. Perciò ti dirò una parte delle mie volontà presto. Ti prego non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Non posso scrivere una simile lettera dalla prigione che venga approvata dal direttore della prigione. Perciò dovrai di nuovo soffrire per causa mia. E' l'unica cosa per la quale, se implorerai, non mi arrabbierò anche se ti ho detto molte volte di non implorare per salvarmi dall'esecuzione.
Mia dolce madre, cara Sholeh, l'unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via.
Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo ad esso ed abbraccio la morte. Perché di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli ispettori, accuserò l'ispettore Shamlou, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi. Nel tribunale del creatore accuserò il Dr. Farvandi, accuserò Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male ed hanno calpestato i mie diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che a volte ciò che sembra vero è molto diverso dalla realtà.
Cara Sholeh dal cuore tenero, nell'altro mondo siamo tu ed io gli accusatori e gli altri gli accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

Reyhaneh

martedì 21 ottobre 2014

UCCIDE LA FIGLIA A COLPI DI PISTOLA DOPO UNA LITE


Un colpo di pistola esploso contro il torace. Così il tunisino Rafih Ayed, 60 anni, ha ucciso la figlia 37enne, Sylvie Monjia, al culmine di una lite familiare per interessi economici, nella loro abitazione nelle campagne di Comiso, nel Ragusano. L’uomo non andava d’accordo con il genero. E i due uomini avevano avuto diverse liti che, secondo i familiari, erano state dure, ma non erano mai andate oltre insulti e parole piene di odio. I due non erano, sostengono, mai passati alle vie di fatto. Ma l’ultimo scontro, avvenuto ieri sera, è stato fatale alla donna, che lascia tre figlie. Rafih Ayed, che è stato fermato dalla squadra mobile della Questura di Ragusa, in passato denunciato per associazione per delinquere, droga, rapina e porto illegale di arma da fuoco, era un “patriarca”, pretendeva rispetto per le sue idee e la sua posizione nella sua famiglia. Che il genero, anche lui tunisino, riteneva non gli portasse. I contenziosi erano soprattutto economici: soldi e la gestione delle serre e le colture da impiantare.
L’ultima lite si è trasformata in tragedia
I due uomini si sono scontrati e Rafih Ayed ha intimato al genero di prendere la famiglia e andare via di casa. È intervenuta a `mediare´ la moglie del 60enne, una italiana della zona, e sembrava che il contenzioso fosse rientrato. Ma la figlia non ha accettato l’imposizione del padre di andare via dall’abitazione e c’è stato uno scontro: sarebbe stato in quel momento che il tunisino ha impugnato la pistola calibro 7,65, illegalmente detenuta, e ha esploso un colpo che ha centrato la donna al seno, uccidendola. Poi è fuggito portando con sé l’arma. Il corpo delle 34enne è stato trovato dalla polizia di Stato nelle serre attigue alla loro casa.

La caccia all’assassino
È scattata una “caccia all’uomo” che si è conclusa stamattina con la cattura del tunisino che, secondo gli investigatori, alla vista degli agenti avrebbe lanciato la pistola in un dirupo. Condotto in Questura Rafih Ayed è stato fermato su disposizione del procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia, e del sostituto Gaetano Scollo da agenti della squadra mobile e del commissariato di Vittoria. Mentre prendeva gli abiti da casa, l’uomo avrebbe continuato a ripetere che voleva uccidere il genero, ma che non voleva ammazzare la figlia.

Le figlie
Le tre figlie femmine della vittima, di sette, 13 e 14 anni, in prima battute assistite da personale dell’ufficio minorenni della polizia Stato, sono state affidate al padre e alla nonna materna, che si avvarranno della collaborazione dei servizi sociali del Comune e di una psicologa.